|
è
il caso di Padre Daniele Gil da Belvedere Marittimo, autore di un gesto
memorabile descritto di seguito in una sorta di racconto immaginifico,
come fatto da lui stesso per farci conoscere l'impresa compiuta:
"Il 12 aprile 1943 iniziarono i bombardamenti su Cosenza. Prevedendo quel che poteva succedere, i componenti
della famiglia religiosa si ripararono ove ognuno credette di essere al sicuro. Non fu una fuga, perché tutti erano motivati: Il vecchio provinciale padre
Nicola da Cesena si portò in Acri per salvare i documenti d’archivio, raccolti in alcune casse. Lo seguì padre Angelico da San Giovanni in Fiore, nella sua qualità di Economo provinciale.
Padre Cherubino da San Giovanni in Fiore andò a Scigliano, ove era preconizzato a fare il Presidente.
Padre Geremia da Castiglione Cosentino, cappellano dell’Ospedale civile, vi restò per assolvere il suo compito generosamente. Padre Giocondo da Morano Calabro, segretario provinciale, con mezzi di fortuna passava da un convento all’altro per recare e raccogliere notizie da riferire al padre Provinciale. Invece padre Angelo da Saracena, padre Bonaventura da Carpanzano ed io restammo nell’àmbito cosentino, avendo accettato il pressante invito dei Padri Passionisti della Madonna della Catena. Nonostante che dal 29 agosto i bombardamenti si fossero intensificati, tutte le mattine
continuai a celebrar Messa nella nostra chiesa del SS.mo Crocifisso. Il 3 settembre, primo venerdì del mese, fu presente una sola persona, che andò via appena ricevuta la santa comunione, mentr’io portai a termine la santa celebrazione e, in sacrestia, avevo appena smesso i paramenti sacri, quando fui intimidito da uno spaventoso boato.
Mi resi conto ch’era
l’effetto di una bomba sganciata sul Distretto Militare (l’ex convento della Riforma), perciò scappai per mettermi in salvo, senza minimamente pensare agli effetti devastanti che avrebbe provocato.
Diretto verso Laurignano, arrivai sfinito a “Molino Irto”. D’istinto guardai la chiesa e, con terrore, vidi che dal tetto si sprigionava una densa colonna di fumo. Tornai sui miei passi più svelto che mai, sorretto dalla volontà di conoscere cosa era accaduto. Arrivato col fiatone sul piazzale, mi apparve una scena terrificante: la chiesa era tutta in fiamme, causa uno spezzone incendiario staccatosi dalla bomba di rompente sganciata sul Distretto Militare. Le fiamme divamparono facilmente, dato che nella chiesa abbondava il materiale infiammabile.
Avanzai verso la porta della navata sinistra, aperta dallo spostamento d’aria, ma ancora illesa, e vidi che dal tetto e dalla cantoria cadevano tizzoni ardenti; banchi e sedie, balaustre delle cappelle e altari in legno bruciavano inesorabilmente.
Benché solo, mi avventurai tra le fiamme cercando di schivarle; con grandissima emozione ho notato che la cappella del SS.mo Crocifisso, ch’era rivestita con marmi, non
bruciava, ebbi la certezza di poter salvare il santo Simulacro. Mi arrampicai sull’altare e, liberata la nicchia della lastra di vetro, lo sganciai dai sostegni non senza difficoltà e lo poggiai sul pavimento.
Scesi frettolosamente, me lo caricai sulle spalle ed evitando cautamente le fiamme mi avviai all’uscita.
Appena fuori respirai a pieni polmoni perché, nella frenesia di agire, nemmeno m’ero accorto che mi stavo intossicando.
Avviatomi alla volta di Laurignano, per strada non c’era anima viva. Senz’aiuto camminavo con difficoltà, benché il peso non fosse eccessivo.
Mi confortava il pensiero d’aver compiuto un atto dovuto, ma a metà strada ero veramente stremato.
Reputo provvidenziale l’essere stato sopraggiunto da due militari in cerca di scampo, i quali con cortese insistenza vollero portare il santo Simulacro, altrimenti sarei caduto sotto il suo peso.
Quando arrivammo alla chiesa della Madonna della Catena c’era molta gente ad aspettarci, insieme
ai padri Passionisti. Accolsero il SS.mo Crocifisso con battimani e grida di gioia. Poi in chiesa il Crocifisso fu posto sopra un tronetto già predisposto, mentre la gente pregava devotamente.
Tutti mi chiedevano come avessi potuto salvare il santo Simulacro. Ero troppo stanco ed
emozionato per scendere nei particolari e per ognuno la mia risposta fu: lo ha voluto Lui!
Su Cosenza non vi furono altri bombardamenti. Io comunque vi andavo tutti i giorni per impedire lo sciacallaggio del poco risparmiato dalle fiamme, che durarono per ben tre giorni. Difatti la struttura della navata sinistra della chiesa era rimasta quasi intatta, mentre gli altari delle cappelle non esistevano, eccettuata la tela raffigurante san Pietro d’Alcantara del Pascaletti di Fiumefreddo, restata quasi illesa. Nella sacrestia s’era salvato il grande armadio che, fortunato nelle sfortuna, si salvò perché era stato maldestramente laccato.
Sulla navata sinistra, le stanze dei frati non ebbero alcun danno, tranne qualche suppellettile.
Per il resto non c’era più nulla, se non i grossi pilastri della navata centrale della chiesa, con sopra resti dei muri cotti dal fuoco.
Ovviamente ogni giorno facevo qualcosa insieme al padre Giocondo, ritornato dal suo peregrinare, per mettere un po’ d’ordine nella cappella superstite, in vista del ritorno del SS.mo Crocifisso. Ebbi anche il tempo di rendermi conto di cosa ne era dell’ex Distretto Militare. Posso affermare: eccetto qualche vano al pianoterra rimasto incolume, ma con i segni evidenti che quanto vi si trovava era stato divorato dalle fiamme; del resto c’era solo lo scheletro contenente pezzi di legname fumigante, carboni e cenere. Insomma una vera desolazione.
Il 3 novembre 1943, esattamente due mesi dopo che era stato salvato, il
santo Simulacro venne riportato nella chiesa della Riforma. La popolazione, avvisata per tempo, accorse numerosa, uomini e donne d’ogni età e ceto, sul piazzale della Madonna della Catena. Dopo aver osannato Gesù Crocifisso, mentre usciva dalla chiesa, si compose un interminabile corteo, capeggiato dal clero secolare e regolare. Animato da preghiere e canti ininterrotti, si sciolse in piazza Riforma con la benedizione del SS.mo Crocifisso. Però non furono pochi quelli che vollero accompagnarlo fino alla cappella, anche per dare una mano nel collocarlo sull’unico altare in muratura non distrutto dal fuoco."
|